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Braille: hi-tech cancella i puntini da toccare

Pubblicato il 25/01/2010 in News

21/01/2010 – Il giornale “Repubblica” dedica un interessante articolo nella rubrica di “R2 La scienza” a firma di A. Retico. La sintesi vocale ormai supera il codice tattile che in Italia è conosciuto solo da un quarto dei ciechi . La comunicazione per i non vedenti sarà un insieme di linguaggi: quello dei segni in rilievo affiancato da suoni e bit.

Erano le parole da toccare: sei puntini da sfiorare con le dita, 64 combinazioni per leggere il mondo. Adesso il Braille, l´esperanto per i ciechi, rischia di rimanere lettera morta. Senza corpo, senza nessuno che lo maneggi più. Le nuove tecnologie lo rendono meno indispensabile, grazie al sonoro che prende il posto dell´alfabeto tattile. Servizi telefonici con voci sintetiche per la lettura dei quotidiani, computer parlanti, orologi squillanti, audiolibri.

Molti giovani non imparano più quella grammatica fisica che permette di comunicare con chiunque in qualunque lingua, molti preferiscono mettere su le cuffiette: solo il 25 per cento degli italiani non vedenti (362mila) e il 10 per cento del milione e 300 mila americani conosce il sistema Braille, gli altri ascoltano.

Braille addio? Non proprio, non del tutto, ma questa è un’era visuale e sonora che cambia tutto, anche i processi di alfabetizzazione. I sei puntini che hanno tradotto per oltre 180 anni lettere, note musicali, numeri e formule chimiche, non bastano più. Inventati nel 1829 da monsieur Braille, cieco dall´età di sei anni, che si era ispirato a un codice militare per trasmettere messaggi notturni, sopravvivono ma con la concorrenza forte e facile dell´informatica.

Ha aggiunto segni, il vecchio Braille, per adeguarsi al linguaggio web: otto punti anziché sei e 256 combinazioni in tutto per permettere ai non vedenti di leggere pagine da internet. Il passaggio dal video alle mani? Grazie alla Barra Braille, che traduce parole e icone visualizzate sullo schermo in un testo a rilievo, informazioni su una riga lunga da 20 a 80 caratteri. Potenziato, arricchito, modernizzato, è il Braille dell´universo internet, è l´evoluzione del codice formato Rete. Ma ancora molto costoso e poco diffuso: benché il Servizio sanitario nazionale passi le barre, i ragazzi preferiscono collegarsi con l´orecchio.

Ascolto più che tatto, la conoscenza dei ciechi più giovani passa per l´udito, questa è l´epoca della riproducibilità sonora. Marshall McLuhan sosteneva che la tecnica avrebbe riportato la cultura occidentale a uno stato tribale e orale: il declino del mondo scritto avrebbe formato una generazione post-alfabetizzata. Il Braille ha avuto sin dalle origini molti detrattori che lo consideravano una forma arcana e marginale di comunicazione, un codice ghettizzante. Altri lo hanno sempre sostenuto come via per l´emancipazione dei non vedenti, un accesso indipendente e non mediato al sapere.

Ma oggi, più prosaicamente, perché leggere Harry Potter in 56 volumi (al costo di più di mille dollari l´uno alla National Braille Press, editore di Boston) quando basta mettere l´auricolare e ascoltarlo in mp3? Negli Stati Uniti, ha raccontato di recente il New York Times, negli Anni 50 la metà dei ragazzi ciechi imparava il Braille, oggi appena uno su dieci.

Un registratore, una cassetta, un iPod al posto dei puntini da toccare. La forma, le curve, la struttura e insomma la bellezza del corpo delle parole che con un suono volano via: i difensori del Braille portano a testimonianza molte ricerche scientifiche sull´importanza della lettura nello sviluppo cognitivo dei bambini. Per loro abbandonare la scrittura è tornare a una società pre-Gutenberg, quando la cultura era nelle mani di intellettuali e religiosi. Ma altri obiettano che tutto sommato noi leggiamo da appena 6mila anni, e l´alfabetizzazione di massa è in fondo una conquista recente. La verità probabilmente sta negli incroci dei linguaggi, vecchi e nuovi, puntini e bit. Con le combinazioni ogni cosa è illuminata.

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